LA GERMANIA ESPORTA TROPPO… MA DAI, VE NE SIETE ACCORTI SOLTANTO ORA?



La politica economica della Germania è nota: da diversi anni, infatti, è l’export a trainare l’economia tedesca.


Qualche giorno Cristine Lagarde, direttrice generale del FMI, ha dichiarato che la Germania esporta troppo, in effetti, come è possibile vedere dall’immagine qui sopra (FONTE: Eurostat) il saldo di conto corrente della Bilancia dei pagamenti superiore è del 8,5%, quando invece il limite previsto dal Macroeconomic Imbalance Procedure è del 6%. Questa procedura è regolamentata dal Six Pack, pacchetto di sei atti legislativi del 2011 sulla governance economica europea. Ma quali sono i fondamenti macroeconomici della politica economica tedesca?
Illustriamola con la seguente equazione del PIL:


Y= C+ I+ G + EXP - IMP


Y = PIL

C = Consumi

I = Investimenti

G = Spesa pubblica

EXP = Esportazioni

IMP = Importazioni


Partendo da questa equazione possiamo dire che Y - C - G - I = EXP - IMP; in contabilità nazionale Y - C - G= S (risparmio nazionale) quindi: S - I= EXP - IMP

La differenza tra risparmio nazionale e investimento corrisponde al saldo di bilancia commerciale, dato dalla differenza tra esportazioni e importazioni. Di conseguenza, se un paese ha un saldo di bilancia commerciale enorme come la Germania (il surplus di bilancia commerciale ammonta a circa 300 miliardi, superando persino quello della Cina che ammonta a 260 miliardi, viene da sè che o il risparmio è altissimo (ma questo significa consumi molto bassi) o se i consumi sono fisiologici, gli investimenti dovranno essere bassi. La Germania in Europa molto poco, dato che non ne ha bisogno grazie al suo mega export. In poche parole, compensa il calo della domanda interna con una domanda estera molto alta. Capito? Teoricamente la Commissione Europea dovrebbe aprire una procedura d’infrazione nei confronti della Germania, ma al momento non vola una mosca a tal riguardo… E pensare che la Germania chiede manovre molto austere ai paesi membri dell’UE, soprattutto ai PIIGS, acronimo di (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) rei, secondo i tedeschi, di essersi mangiati tutto prima della crisi finanziaria. Ma proviamo a chiederci su quali basi siano poggiate l’austerity dell’Ue neoliberista a trazione tedesca.

Riprendiamo l’equazione di prima: 

Y= C (Y-T) + I+ (G -T) + EXP - IMP 

Y = PIL

Y – T = Reddito disponibile

C = Consumi

I = Investimenti 

G = Spesa pubblica

EXP = Esportazioni 

IMP = Importazioni

Secondo l’UE dovremmo aumentare il PIL ma:

1) Dobbiamo tagliare la spesa pubblica: il taglio della spesa pubblica in tempi di crisi, non fa altro che aggravare la crisi. In un paper del FMI (chiamato “Successful Austerity in the United States, Europe and Japan”) viene calcolato l’effetto dell’austerità sul PIL un taglio della spessa pubblica equivalente all’1% del PIL nell’Eurozona, negli USA e in Giappone. Inoltre, per l’Eurozona, si analizzano separatamente Francia e Italia. Un taglio della spesa pubblica dell’1% del PIL, provoca una caduta fino al 2,56% del PIL per l’Eurozona, del 2% per il Giappone e del 2,18% per gli Stati Uniti. Riguardo l’Italia si va dall’1,4% all’1,8%. Se lo Stato decidesse di aumentare la spesa pubblica, ad esempio per assumere lavoratori, dovrebbe ovviamente dargli uno stipendio. Questo stipendio verrebbe in parte speso e in parte risparmiato (nessuno vuole rimanere senza un euro in tasca ovviamente). Questa parte consumata va ad aumentare la domanda e successivamente la produzione, con annessi effetti benefici sul mercato del lavoro (per produrre di più serviranno nuovi lavoratori ad esempio).

2) Gli investimenti sono bloccati dal Patto di Stabilità interno, dunque il PIL non aumenta;

3) Aumento della pressione fiscale: un aumento della pressione fiscale fa diminuire il reddito disponibile e il livello dei consumi, pertanto il PIL diminuisce. La gente spende di meno e tramite il moltiplicatore delle tasse, diminuisce la domanda e la produzione.
Quindi, per il neoliberismo europeo l’equazione del PIL è soltanto Y = EXP – IMP, ma per aumentare le esportazioni, non potendo più svalutare la moneta, è necessario svalutare il lavoro. Come? Ad esempio creando un esercito di riserva, come lo definiva Marx, importando dall’estero tanta manodopera dequalificata, che può sostituirvi anche subito, dato che costano pure di meno e che non è richiesta alcuna formazione particolare, creando dunque un dumping salariale e costringendovi ad accettare paghe da fame, nel nome del profitto più sfrenato. Tutto questo come avviene? Con una disoccupazione alta, dato che in presenza di un alto tasso di disoccupazione, i lavoratori "avranno meno forza contrattuale"; tanto che gli frega, "se perdete il lavoro piamo qualcun altro"…

La Germania inoltre, secondo un altro studio del FMI, denominato “External Sector Report 2016”, in cui calcola il valore dell’Euro, se corrispondesse alle caratteristiche di ciascun sistema economico dell’Eurozona, ha un euro “eccessivamente sottovalutato”, circa del 15%. Tutto ciò chiaramente aiuta, non poco, la Germania, come confermano poi i dati. Colei che dovrebbe essere la locomotiva d’Europa, colei che dovrebbe trascinarci in realtà ci sta trascinando da un’altra parte… ovvero verso il baratro.