Elezioni Spagna: la vittoria dei Popolari e la scialba mediocrità di Podemos



Appena 6 mesi dalle elezioni politiche del dicembre 2015, la Spagna è tornata al voto per cercare di risolvere il lungo stallo che ha impedito la formazione di un nuovo governo. L’obiettivo appare però tutt’altro che raggiunto: la tornata elettorale ha confermato, con poche variazioni, i risultati del 2015. La Brexit non aiuta Podemos, che resta solamente il terzo partito nonostante l’alleanza con Izquierda Unida.

In dicembre, la Spagna aveva visto, come molti altri paesi europei, la rottura del bipolarismo che aveva caratterizzato la vita politica del paese sin dalla transizione seguita al lungo governo di Francisco Franco. La tradizionale alternanza di Partido Popular (PP) e Partido Socialista Obrero Español (PSOE) ha avuto fine alle ultime elezioni politiche, con l’irrompere sulla scena diPodemos, il movimento di Pablo Iglesias sorto dalle manifestazioni degli Indignados del 2011, e di Ciudadanos (C’s), partito centrista liberale guidato dal giovane Albert Rivera. I due nuovi contendenti hanno portato il sistema politico spagnolo a un’inedita quadripartizione, complicata dalla presenza di numerosi partiti locali, che eleggono propri rappresentati alCongreso grazie al loro radicamento locale.

La situazione di ingovernabilità consegnataci dalle elezioni del 2015 si è ripetuta ieri sera, con risultati praticamente analoghi a quelli visti 6 mesi prima. Unica differenza, l’affluenza complessiva, scesa dal 73,2% al 69,81%, il dato più basso della storia delle politiche spagnole, che riflette la tendenza al non voto in atto un po’ ovunque.

Il PP del premier uscente, Mariano Rajoy, si conferma il primo partito con il 33,03% dei voti e 137 seggi al Congreso (unica delle due Camere a dare la fiducia al Governo). Al secondo posto, contrariamente agli exit poll che davano in vista uno storico sorpasso di Podemos, si confermano invece ancora i socialisti di Pedro Sánchez, con il 22,66% e 85 seggi. Podemos, presentatosi questa volta in coalizione con la sinistra radicale di Izquierda Unida (IU) si è fermato al 21,10% e a 71 seggi. Chiude il quartetto Ciudadanos, che cala lievemente al 13,05%, ma ottiene solamente 32 seggi contro i 40 ottenuti a dicembre. I partiti catalani confermano i propri seggi, 9 alla Esquerra Republicana (ERC/CATSI) e 8 a Convergència Democràtica (CDC), mentre perde un seggio, passando da 6 a 5, il Partido Nacionalista Vasco (EAJ-PNV), espressione dell’indipendentismo basco assieme all’Euskal Herria Bildu (“Il meglio del paese basco”, EHB), che conferma i propri 2 rappresentanti. Conferma il proprio seggio anche la Coalición Canaria, alleanza di partiti delle Canarie di tutti gli orientamenti.

Tale frammentazione appare ormai connaturata al sistema politico spagnolo, nonostante un sistema elettorale proporzionale basato su collegi provinciali piccoli, che in teoria dovrebbe agevolare il bipolarismo (con tanti collegi che eleggono solo 2 deputati al Congreso, questi tenderanno ad appartenere ai due partiti maggiori).

Nel complesso, le elezioni non vedono la vittoria di nessuno, ma la chiara sconfitta di Podemos.

I popolari hanno aumentato i loro consensi rispetto a dicembre: hanno qualche seggio in più al Congreso, ottengono la maggioranza assoluta al Senato (importante per le riforme costituzionali, ma inutile ai fini della formazione di un governo) e si impongono in tutte le regioni spagnole (eccetto le fortemente indipendentiste Catalogna e Paesi Baschi, dove ha vinto Podemos), compresa l’Andalusia e l’Extremadura, feudi storici dello PSOE. Tuttavia, restano ben lontani dalla maggioranza di 176 seggi necessaria per governare, e nessun partito sembra disposto ad appoggiare un secondo mandato di Rajoy.

Lo PSOE tiene ed evita il sorpasso di Podemos, ma nel contempo incassa il peggior risultato dal 1978 a oggi e perde 5 seggi rispetto a dicembre. Anche Ciudadanos cala leggermente e perde seggi, tuttavia può accontentarsi di essersi imposta come forza politica stabile e non di passaggio. Quello che incassa una sonora sconfitta è Podemos, che delude totalmente le alte aspettative della vigilia. L’unione col 3% (ottenuto a dicembre) rappresentato da Izquierda Unida non ha consentito al movimento nato dal collettivo universitario anticapitalistaContrapoder di imporsi come la seconda forza del paese e la prima del campo della sinistra. Nel contempo, questa sfortunata alleanza lo ha definitivamente smascherato come forza effettivamente schierata nel campo di una sinistra radicale che poco ha a che fare con i vaghi proclami di essere “al di là della destra e della sinistra”, che in Italia lo avevano fatto assimilare al Movimento 5 Stelle. A onor del vero, infatti, pur con tutti i loro enormi difetti e limiti, il M5S si è sempre presentato ovunque da solo e ha costantemente mantenuto, almeno in campo elettorale, una sostanziale equidistanza rispetto a centro-destra e centro-sinistra.

Non è così per lo spregiudicato Pablo Iglesias, che dopo essersi riempito la bocca di proclami anti-casta, contro la corruzione e contro l’Europa delle banche e della burocrazia, ha lanciato una coalizione con la sinistra radicale, con il dichiarato obiettivo di formare un governo assieme ai socialisti del PSOE (il polo sinistro della “corrotta” classe politica spagnola), che potesse puntare a “migliorare l’Europa restandoci dentro”. Quest’ultimo è ormai un mantra di tutta la sinistra progressista europea, che vaneggia di una nuova Europa diversa da quella della Commissione Europea, dei burocrati e della finanza, ma che non indica mai in cosa questa dovrebbe concretamente consistere, se non mediante vaghi riferimenti a politiche sociali dal tono altrettanto vagamente keynesiano, aiuti a nazioni in difficoltà come la Grecia e l’immancabile accoglienza di milioni di presunti profughi. Un coacervo di retorica e confuse stupidaggini, che nascondono una sola vocazione: la difesa dello status quo unionista, mediante il depotenziamento di quelle che potrebbero costituire reali e radicali alternative all’attuale assetto europeo.

Il fallimento di Podemos non rappresenta comunque una grande vittoria dei partiti tradizionali, che pure hanno retto meglio del previsto, alcuni sostengono anche grazie a un effetto conservativo e di maggiore prudenza al voto dovuto allo shock della Brexit. Dopo la scorsa tornata elettorale, Rajoy incassò i ripetuti no a un suo secondo mandato sia da parte di Ciudadanos che dai socialisti. Questa volta sembra più plausibile che i secondi cambino idea e accettino una grande coalizione, per la prima volta nella storia della Spagna, magari con la condizione che non sia guidata da Rajoy in prima persona. Si tratta dell’unica opzione possibile per dare un governo alla Spagna in base a questi risultati elettorali, se si eccettuano le ipotesi di un improbabile governo di minoranza PSOE-Podemos-IU, dunque è probabile finisca così e che non si vada a votare una terza volta.

In ogni caso, al di là delle illusioni che può darsi qualcuno continui a coltivare in merito all’esistenza di una “sinistra anti-UE” che non sia il vetero-comunismo di KKE e simili, c’è comunque poco da disperarsi per l’effetto conservativo e prudente che la Brexit potrebbe avere impresso al voto spagnolo, riconsegnando la vittoria ai partiti di sempre. All’orizzonte non si intravedono, infatti, le alternative radicali che servirebbero per dare una scossa al paese dopo 7 anni di indigestione progressista con Zapatero e dopo la ligia obbedienza europeista dei 4 anni di Rajoy, autore di dure riforme del mercato del lavoro che hanno portato alla Spagna qualche punto di crescita macroeconomica e una disoccupazione che resta altissima e seconda solo a quella greca in Europa. Purtroppo, le alternative che servirebbero, radicali, nazional-popolari, anti-unioniste, possibilmente senza scadere per questo nell’euroscetticismo autonomista di un Farage, al momento in Spagna sono completamente bloccate dall’essere associate, nell’immagine comune, alla dittatura franchista, la cui vicinanza nel tempo rafforza la pregiudiziale antifascista rispetto ad altre realtà europee.